Maniscalco

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Maniscalco 

Il maniscalco, mestiere strettamente legato alla vita contadina, è scomparso dalla realtà economica dei nostri paesi e se ne conserva soltanto il ricordo. Nella prima metà del '900 le botteghe, pur numerose, non riuscivano a soddisfare le esigenze dei contadini. Si pensi che in un solo giorno un maniscalco t'errava anche trenta bestie; si lavorava intensamente dalle prime ore del mattino fino a tarda sera ed anche nei giorni festivi quando i contadini non si recavano nei campi.
Un vecchio e sgangherato fornello, alimentato da un mantice, era la parte più importante della fucina, un' incudine posta su un vecchio toppo (ceppone) era il banco di lavoro, una vasca d'acqua putrida e nera, un incastro tagliente come una lama di rasoio ed un martello erano gli arnesi più vicini e più cari al maniscalco.
Un paio di pantaloni, un grembiule nero e sgualcito con toppe su toppe (pèzze e sopapèzze), una sudicia camicia, un paio di ciabatte ai piedi incalliti erano i suoi indumenti giornalieri.
Era un mestiere umile e mal retribuito. La ferratura di un cavallo o mulo o asino non avveniva solo presso la bottega ma anche in campagna dove il maniscalco spesso veniva chiamato per ferrare i cavalli di uno stesso padrone. Per una buona ferratura il maniscalco acquisiva dimestichezza con l'animale per conoscerne la reattività: se questo era docile gli bastava tenerlo per le redini o per la cavezza, se invece era irascibile, gli metteva intorno al muso la mordacchia (turcemòsse) e la pastoia (pastore) alle zampe.
Il maniscalco poi poggiava la zampa del cavallo su uno sgabello o sulla propria gamba e con uno scalpello (tagghiature) gli toglieva le punte dei chiodi ribattuti sopra l'unghia, toglieva la muraglia dello zoccolo con l'incastro (rògne) e contemporaneamente provava a mettere sotto l'unghia il nuovo ferro. Quando si assicurava che la sua misura era ottimale, lo inchiodava prima con un chiodo centrale e dopo, man mano, con gli altri provvisoriamente.
Infine conficcava otto chiodi con il martello e con la tenaglia tagliava le punte lasciandone un po' per ribatterle sull'unghia, per fissare meglio lo zoccolo.
A volte il ferro non calzava bene e allora il maniscalco lo lavorava dopo averlo arroventato, fino a quando assumeva la forma desiderata.
Essere maniscalco significava conoscere gli animali e la loro struttura anatomica: infatti un bravo operatore non si limitava a ferrare gli animai, ma era in grado di diagnosticarne i mali e addirittura di curarli, intervenendo con rimedi empirici, pure efficaci.
Il maniscalco praticava anche le castrature su animali particolarmente irrequieti o su soggetti destinati all'ingrassaggio. Non era esente da pericoli e spesso presentava i segni dei calci infertigli dagli animali.
Egli era impegnato per tutto l'anno, più intensamente durante i lavori stagionali. Il prezzo delle prestazioni variava a seconda dell'importanza del lavoro e veniva corrisposto dai contadini volta per volta e dai grandi proprietari e dai trainieri a fine anno.

 

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