Arrotino

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Mola - Attrezzo dell'arrotino 

Trae la sua origine etimologica dal francese "meule" - mola (pietra dura usata per affilare lame), da cui il termine dialettale "la peite pe d'amele" e dalla voce italiana "forbici".
Il lavoro dell'arrotino (u mulafùrbece) era un mestiere ambulante oppure un'attività che l'uomo svolgeva durante le ore libere.
Spesso l'arrotino lo si incontrava, specie nelle belle giornate d'estate o di primavera, a un angolo di strada, tutto scamiciato con una coppola sulla testa, pantaloni con grosse toppe ed un paio di scarpe rotte a causa dei pochi spiccioli che riusciva a guadagnare.
Il mestiere dell'arrotino era considerato un tempo un sottoprodotto dell'arte ed apparteneva alle cosiddette arti "vilissime" anche se umile e dignitoso.
Egli era dotato di un'apparecchiatura speciale e rudimentale costituita da un'intelaiatura di legno a forma di un piccolo tavolo con degli assi incastrati tra di loro, senza copertura alcuna.
Due delle sue gambe erano modellate a forma di manici e servivano anche come rette di guida. Nella parte anteriore, tra i due assi, era montata una ruota, tipo quella per i carrettini, che veniva usata sia come puleggia, sia per poter trasportare tutta l'apparecchiatura.
Su detta ruota, al momento opportuno, veniva fatta passare una cinghia di trasmissione che collegava sia la mola che un pedale, costituito da un asse di legno, che pigiandovi sopra metteva in movimento tutto il meccanismo facendo girare la mola.
Al di sopra di questa vi era un barattolo di latta (buatte), pieno di acqua che aveva nella parte inferiore un piccolo rubinetto dal quale scendeva lentamente una goccia d'acqua che inumidiva la mola stessa.
Successivamente "u mulafùrbece" cercò di modernizzarsi adoperando la bicicletta e installandovi sopra il manubrio, l'apparecchiatura occorrente.
La differenza consisteva nella diversa sistemazione della cinghia di trasmissione, la quale era collegata alla ruota posteriore del velocipede, in diretto sincronismo con i pedali.

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