Paradiso Bartolomeo: Erede di Francesco Netti

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 Bartolomeo Paradiso a Vienna, foto del 1906
 Bartolomeo Paradiso a Vienna, foto del 1906

Quando nel 1894 morì a Santeramo in Colle Francesco Netti, uno dei grandi pittori dell'Ottocento italiano, Bartolomeo Paradiso, allora sedicenne, era già stato avviato agli studi artistici. Proprio con un sostegno finanziario della famiglia Netti, - per l'esattezza di Luigi Netti, fratello di Francesco - unito a un sussidio del Comune di Santeramo, egli poté prendere lezioni di disegno dal maestro Michele Galiani a Bari. Ma più delle lezioni di Galiani, un dignitoso pittore locale di formazione napoletana, il giovane aveva percepito il messaggio di Francesco Netti; il Netti dell'ultimo periodo, dedito al grande tema dei Mietitori della sua terra. L'argomento sociale di questi dipinti, la rievocazione del paesaggio della Murgia, brullo e sassoso sotto un sole implacabile e l'armonia fra l'uomo e la natura, avevano lasciato un ricordo indelebile nell' immaginario di Paradiso. Per esempio la figura del mietitore che beve avidamente da un secchio, il protagonista della tela La Messe, ricorre, con solo poche varianti, sia nell'opera di Bartolomeo sia in quella del figlio Hero, entrambi cultori dell'arte di Netti. Ancora all'inizio degli anni 30, Bartolomeo dipinge un quadro in cui si rifà chiaramente  alla composizione di Netti Una famiglia sull'asino, del 1884 ambientata nelle campagne di Santeramo. Stranamente proprio l'ambientazione pugliese viene meno nella tela di Paradiso che opta per un paesaggio vagamente collinoso, con alcuni alberi di maniera. Alla stessa epoca, al 1930, risale la commissione della Congregazione di Carità di Santeramo, che chiese a Paradiso una copia del dipinto di Netti, Sant'Effremo, custodito nella chiesetta campestre di Santa Maria della Pietà. Per motivi di sicurezza l'originale venne depositato presso la Pinacoteca Provinciale di Bari -dove si trova tutt'ora - e sostituito dalla copia che, ironia della sorte, fu rubata successivamente. Il rapporto Paradiso - Netti non si esaurisce qui, ma viene rafforzato da un ulteriore tassello, il ritratto  dell'illustre artista santermano, realizzato da Bartolomeo per la Società "Francesco Netti" a New York, città in cui soggiornò dal 1910 al 1911. Molto probabilmente il disegno a carboncino che sulla base di una nota fotografia rappresenta il volto scavato dell'anziano Netti, è da mettere in relazione con il ritratto americano, oggi purtroppo non più rintracciabile. La formazione del giovane Paradiso, che dopo gli inizi pugliesi aveva frequentato l'Istituto di Belle Arti a Roma, concludendo gli studi con il diploma, fu notevolmente influenzato da un soggiorno a Vienna dove si fermò, con alcune interruzioni, dal 1906 al 1910. E subito nel 1906 si cimentò con la grande tela Bacchanale, di gusto orientale, influenzato nella insolita tematica e opulenza, dall'opera di Hans Makart. Ma non fu questa la strada di Paradiso che ben presto ritornò alla ritrattistica, già da tempo praticata e soprattutto al paesaggismo, presentando nel 1907, all'Esposizione dell'Ósterreichischer Kunstverein, un gruppo di paesaggi dalmati, tutti realizzati in pittura a spatola, tecnica della quale si sarebbe servito per tutta la durata della sua lunga attività.Tuttavia, la predilezione temporanea per grandi composizioni figurate, di contenuto ambizioso, - vorrei ricordare le due tele Superstizione e Delirio, di cui da notizia Italo Stanco nel giornale italo-americano "La Follia di New York", 1911 - ha origine nella sua esperienza viennese. L' adesione alla tematica sociale, sostenuta da un'autentica fede nel socialismo, si sarebbe verificata soprattutto dopo il suo ritorno in Puglia, a contatto con la povertà e l'arretratezza del proletariato rurale meridionale. Ma già all'inizio del secolo, nel dipinto Miseria e fame, inviato all' Esposizione Internazionale di Roma del 1901 e acquistato dall' ambasciatore russo per il Museo di Pietroburgo, l'artista aveva denunciato queste condizioni di sottosviluppo, prendendo ad esempio la pittura di Gioacchino Toma e di Teofilo Patini. Negli anni successivi la matrice ottocentesca venne sostituita da un realismo di tendenza populista. Non sfugge neanche una certa ingenuità nel raccontare le sue donne con i bambini in braccio; le figure di artigiani, rappresentanti di mestieri che scompaiono e gli operai rurali, fra cui Lo spaccapietre, che si rifà lontanamente a Gustavo Courbet.Nel 1914, alla sua mostra personale allo Skating-Tennis Club di Bari, Paradiso presentò una scelta di venti quadri, tra cui Siticulosa Apulia, - un omaggio probabilmente a Francesco Netti - Focolare colonico, Una lavandaia di campagna, Sole freddo e La culla dei poveri, che confermarono il suo impegno morale e sociale, mai venuto meno e che avrebbe fatto di lui uno dei pochi artisti della regione oppositori del regime fascista. Con il Desco campagnolo o Il focolare, il pittore santermano raggiunse uno dei massimi riconoscimenti della sua carriera matura, dal momento che l'opera fu esposta alla XVIII Biennale di Venezia del 1932 (n. 615). Nella figura del giovane che soffia sul fuoco sotto la caldaia affiora ancora una volta un ricordo dell'opera di Netti, se si pensa alla tela Riposo in mietitura dove compare, anche se in un contesto diverso, lo stesso motivo. Sulla scia del successo di Desco campagnolo, Paradiso realizzò la grande tela, suo ultimo intervento di rilievo nel campo della tematica sociale. Ambientata, come l'altra, in un interno ricavato nella pietra, buio e disadorno, la scena reca i segni della miseria e dell' infelicità, rese ancora più evidenti per la chiara luce del sole che penetra attraverso la porta aperta e divide l'ambiente in due zone drammaticamente contrastanti. Il motivo della lettera è stato aggiunto molti anni dopo l'ultimazione del dipinto, come se l'artista avesse sentito il bisogno di spiegare meglio la disperazione della giovane coppia. Un genere sempre coltivato da Paradiso, almeno a partire dagli ultimi anni del secolo, quando firmò alcune piccole vedute di Santeramo, fu il paesaggismo. Il paesaggismo, che proprio nei primi decenni del 900 visse un momento di grande fioritura con la nascita ed espansione di una scuola di paesaggio regionale, creata e propagata da Damaso Bianchi, Enrico Castellaneta e Francesco Romano, tre artisti diversi per formazione, ma uniti nell'intento della riscoperta e rivalutazione del paesaggio pugliese. Il contributo di Bartolomeo Paradiso appare più limitato, ma non tanto per aver privilegiato gli aspetti poco spettacolari della Murgia (Le nostre Murge è il titolo della sua personale tenutasi nel 1925 al Circolo Artistico di Bari), quando per un approccio alla natura alquanto generico, solo raramente confortato da studi dal vero. La critica attenta dell'epoca, inclusa quella austriaca, avverte una certa monotonia e ripetitività dei soggetti, impressione rafforzata da una tavolozza unitaria, tendente alla monocromia. La replica dei soggetti fu infatti, a iniziare dagli anni Venti, un serio problema dell'artista, in parte spiegabile per le sue incessanti necessità economiche, in parte per una latente stagnazione creativa. Alcune Marine di Polignano ad esempio, le cui prime versioni risalgono agli anni a cavallo del secolo, ricompaiono, con qualche variante, negli anni Venti e oltre. Tuttavia non è senza interesse scoprire che Paradiso, forse insieme con Alfio Tomaselli, un artista catanese operante a Conversano, fu il primo ad aver scoperto la costa spettacolare, rocciosa e frastagliata di Polignano, cittadina che sarebbe diventata uno dei topoi del paesaggismo pugliese, da Raffaele Armenise a Enrico Castellaneta e Onofrio Martinelli.  La concentrazione su tematiche meridionali non aveva mai impedito all'artista di aggiornarsi sulle correnti artistiche contemporanee e sulla storia della pittura moderna. Negli ultimi anni dell'Ottocento per esempio egli si esercitò nel disegno copiando diversi ritratti del suo maestro Michele Galiani e soprattutto di Francesco Paolo Michetti, di cui apprezzava l'espressività dei volti. Dopo Michetti fu Giovanni Segantini e la pittura del Divisionismo a fare da padrino ai suoi dipinti di natura bucolica e ad altri dedicati al lavoro della terra. Un indubbio fascino - e si tratta di un episodio piuttosto singolare nell'ambito della pittura pugliese - ha esercitato su Paradiso anche l'opera di Antonio Fontanesi, che aveva dato un contributo fondamentale all'arte piemontese dell'Ottocento. Il dipinto di Paradiso L'aratro non sarebbe pensabile senza la conoscenza dei quadri di Fontanesi incentrati sul Lavoro della terra. Un altro tassello, piuttosto curioso, in questo mosaico delle influenze, consiste nella straordinaria somiglianza dello Spaccapietre di Paradiso con il dipinto omonimo di Odoardo Borrani (cfr. Piero Dini, Odoardo Borrani, Firenze 1981, tav. XL, p. 181). Una somiglianza inspiegabile quando non si voglia ammettere la conoscenza da parte del pittore pugliese dell' opera del macchiaiolo. Bartolomeo Paradiso fu dunque, non dissimile dal suo maestro d'arte e di vita Francesco Netti, di larghe aperture, desideroso sempre di rinnovarsi, almeno fino agli anni Trenta - anche a costo di dover affrontare lunghi viaggi, come quello in America nel 1910. Ma la sua vicenda artistica e umana subì un crollo irreparabile durante il Fascismo, quando nel 1937 a Santeramo egli fu aggredito da un gruppo di squadristi e i suoi quadri vennero incendiati o rubati. Nel dopoguerra, quasi dimenticato, l'anziano maestro ritornò nuovamente alle sue marine e ai suoi paesaggi murgiani, ma l'incanto di un tempo era ormai solo un ricordo.


Christine Forese Sperken

 

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