Netti Francesco

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Francesco Netti

A Santeramo un paese di circa 6.500 abitanti del "Regno delle due Sicilie” mentre governava il Re Ferdinando II nasceva il 24 dicembre del 1832 Francesco Saverio Netti, primogenito del ricco proprietario terriero Nicola Netti (1798-1899) sposato con Vitale Giuseppina Maria (1806-1869) di Conversano. Una lapide apposta nel 1944 sul frontespizio del palazzo Netti ubicato sull’attuale Via S. Eligio, mentre era sindaco Leonardo Natuzzi recita: 

 

In questa casa
nacque il 24 Dicembre 1832
morì il 28 Agosto 1894
Francesco Netti
anima radiosa di letterato
d'insigne critico d'arte
di grande pittore
nella scia luminosa dei pittori dell'800
creò celebrate opere
che
dentro ed oltre i confini d'Italia
esaltarono il genio
rendono onore
al nobile casato - al natio suo colle
alla patria
..........
I concittadini nel cinquantenario della sua morte

 

Frequentò il rinomato collegio degli Scolopi di San Carlo delle Mortelle a Napoli e successivamente si laureò in Giurisprudenza a 22 anni.
I suoi primi maestri furono Bonolis, De Vivo, De Napoli, la cui scuola aveva suscitato un notevole eco fra i giovani aspiranti pittori.
Il primo quadro importante di Netti è il ritratto del fratello Antonio, un'opera matura di vasto respiro in cui si risente una marcata influenza di domenico Morelli. La sua prima stagione pittorica abbraccia gli anni che vanno dal 1859 al 1867, l'anno della partenza per Parigi.

La ricerca della propria personalità pittorica spinse Francesco Netti a Parigi dove seguì la lezione di Palizzi e scoprì la pittura del paesaggio. Un ruolo importante nello sviluppo pittorico di Netti ebbe Gustave Courbet, la cui opera il pittore pugliese conosceva e stimava.

Nel 1877 Francesco Netti partecipava all'esposizione nazionale a Napoli con la tela dal titolo "Coro antico che esce da tempio", un tema che l'aveva occupato o quasi ossessionato per due anni.
Un viaggio in Oriente del 1884 influenzò la sua pittura in cui apparirà un pacato orientalismo. Intorno al 1890 Netti si rivolse al grande tema dei "Mietitori" che doveva occuparlo fino a pochi giorni prima della morte, avvenuta il 28 settembre 1894 a Santeramo.

Le opere pittoriche di Francesco Netti sono collocate presso:

  • Pinacoteca Provinciale, Bari
  • Polo Museale Comunale, Conversano (Ba)
  • Museo san Martino, Napoli
  • Galleria dell’Accademia di Belle Arti, Napoli
  • Ca’ Pesaro, Museo d’Arte Moderna, Venezia
  • Galleria degli Uffici, Firenze
  • Galleria Nazionale d’ Arte Moderna, Roma
  • Museo di Capodimonte, Napoli
  • Museo e Pinacoteca Comunali, Barletta

Altre opere fanno parte di collezioni private a Santeramo, Altamura ( Biblioteca Museo civico e Cattedrale), Bari, Napoli, Milano, Londra.

 

Fonte dati: Comune di Santeramo in Colle

 


 

Ritratto Francesco Netti realizzato da Bartolomeo ParadisoDa una lettera del 1862 alla madre: «…una carriera, l’ho abbracciata con tutto il cuore, con tutta l’anima, affrontandone le difficoltà, soffrendone i dolori, e aspettando pazientemente i frutti d’essa, e ciò non per amore del guadagno, ché l’amor del guadagno, non fa buoni artisti…» e dal suo «Per l’Arte Italiana» 1895, a pag.110: «…Quando esco dalle sale di qualche grande Esposizione io sono quasi sempre preso da un senso di tristezza, quando penso a tutto il lavoro che uscirà di lí moralmente e materialmente irremunerato…». Evidenziando il tenore finanziario del nostro sacrificato sublime artista, poiché mantenuto dal genitore, come si rileva dall’intero Epistolario, sino a tarda età…
Nei «Ricordi» scritti nel 1894dal nipote l’Avv. Giuseppe Protomastro, alle pagine 84-85 un quesito: «E le tele dipinte ad arazzi (nel vederne una ridotta a portiera della piccola stanza da pranzo), hanno prodotto buoni affari?». Responso: «È stata una delusione completa: eccetto un solo salotto, fatto al Principe di Sirignano, nessuna altra commissione… Quanto lavoro e strapazzo costò… e dire che ribassammo il lavoro a un prezzo molto commerciale, troppo vile, eppure…».
Anche questa in vero la reale vita dell’eccelso ottocentesco pittore nato a Santeramo nel 1832 e ivi deceduto alla non molto tarda età di 62 anni. Riprendiamo un suo pensiero rivolto al proprio originale territorio: «Sarebbe cosa molto lunga se volessi darvi un’idea dello stato morale di questi siti… Ciò che soprattutto vi farebbe impressione è la generale apatia… una passione, l’unica e sola (non contando i vizi), ed è la smania di far quattrini… Pensassero almeno a migliorare il paese… e debbo reagire contro il contatto involontario di esseri impossibili…», rimettendo pure sé medesimo in discussione: «Se arriverò non lo so. Forse sì, forse soccomberò. Vedo tante intraprese e tanti uomini cadere ogni giorno intorno a me, che la cosa non solo è possibile, ma probabile. Ma almeno avrò fatto il mio dovere. Ogni uomo dovrebbe far lo stesso».
Quest’ultimo meraviglioso dire, pensarono bene riportarlo sull’epigrafe lapidea, apposta sulla natìa casa, dall’amministrazione comunale, in occasione del centenario della morte, ‘celebrato’ nel 1994, solo cosí e qualche banale cartolina e francobollo… Però due anni dopo, grazie al finanziamento di sessanta milioni, del Dott. Pasquale Natuzzi presidente delle omonime industrie di salotti, per la Electa di Napoli fu realizzato un bel volume grande formato (26 x 29) con sovraccoperta, interamente a colori, anche tradotto in inglese (da Gabriella Granata e Philip Sands, ma l’originario spirito vibrante dell’Epistolario, nella trasposizione, purtroppo è andato perso…), sebbene per niente distribuito e con poche novità rispetto al passato, a firma della teutonica Christine Sperken, o sarebbe meglio dire, dei disponibili collezionisti…: un esempio, la “Maddalena” in Cattedrale di Altamura, un’opera così importante, non doveva essere esclusa, andare a riprenderla costava forse troppa fatica, oppure la ‘commissione’ della stessa, lavoro che abbiamo svolto invece noi, non ricercatori dietro la scrivania… idem la lettera del Cifarelli, che potrete leggere più avanti… e la foto del palazzo di Famiglia, a pag. 65, non è manco quella aggiornata con l’ultimo marmo commemorativo!
Superflui riempitivi: una decina di pagine, sull’eruzione del Vesuvio a Napoli, dai tempi di Pompei/Ercolano a fine 1800, per ricollegare una discreta tela del Nostro, “Processione di penitenza durante l’eruzione…”, andata però ad istoriare un quasi simile episodio, nel libro “Sorella Chiara” e intrusioni gratuite di altri autori (Palizzi, Sciuti, Morelli, Gêrome, Fortuny, Tofano), cui bastava semplicemente citare, senza la pubblicazione di loro quadri?! Come per alcuni propri lavori minori, del tipo “Studio di Paesaggio-Solfatare”, o vari muliebri ritratti, tutti poco riusciti e quindi da non aver dovuto mostrare.
Quadriennio ’54/’60, Sindaco Giuseppe Simone (da non confondersi con l’omonimo munifico medico benefattore: ricoprì lo stesso incarico di ‘facente funzione’ periodo 1906-1908, lasciando l’intero suo patrimonio alla comunità, e con parte del molto denaro, fu sua volontà testamentaria, di istituire in alcuni locali del suo palazzo, in via Annunziata, una scuola di bel canto, purtroppo, anche in questo caso, disattesa… e solo per i suoi lasciti cumulati a quelli di Vito Calabrese, si potè dare avviò alla costruzione della Casa di Riposo agli inizi degli anni ’70; l’altro, successivamente, fece carriera politica, alla Provincia…): cinquantenario della scomparsa di Francesco Netti, sulla parte sinistra dell’abitazione, si affisse: “Anima radiosa di letterato/d’insigne critico d’arte/di grande pittore/nella scia luminosa dei pittori dell’800/creò celebrate opere/che/dentro e oltre i confini d’Italia/esaltandone il genio/rendono onore /al nobile casato al natio suo colle/alla patria/i concittadini”: sull’altra, invece, firmato l’”Amministrazione Comunale”… e il paese?
Il grande scultore molfettese Filippo Cifariello, suo sincero compagno d’arte, da Roma, il 6 gennaio del 1895, così scrisse ai governanti di allora: “Illustri Sindaco e Componenti del Consiglio di Santeramo - Nel dirigere loro la presente lettera, compio un sacro dovere verso chi fu mio amico, gioia italiana e loro concittadino. La morte di Francesco Netti, non può non avervi commossi, perciò sono sicuro che i Santermani, non rimarranno obliata la memoria del caro ed illustre estinto.   Il De Nittis fu dimenticato da Barletta, lo stesso fece Terlizzi per De Napoli. Santeramo io spero darà alla provincia un buon esempio, erigendo almeno un busto col quale Francesco Netti potrà essere ricordato dai posteri. A rendere facile tale contributo di omaggio, io metto a loro disposizione, senza esigere compenso, la mia opera, in tal modo più facile sarà per loro tradurre in fatto la mia idea. Il busto avrebbe la grandezza del vero e sarebbe in bronzo, la somma occorrente per le sole spese vive sarebbe di lire 600,00 e ciò che manca per commemorare degnamente l’anniversario di una tanto dolorosa perdita. Io spero che lor Signori voteranno tale somma con tanto entusiasmo quanto io ne ho messo donando la mia opera. Con perfetta stima, mi credano devotissimo: Filippo Cifariello scultore”.
Risposta: “Il Sig. Presidente accenna con sentite parole sugli eminenti meriti dell’illustre Cav. Francesco Netti, pittore di gran fama e dotto critico d’arte… Il Consiglio unanimemente, per alzata e seduta, astenuti i membri della Giunta, conferma e ratifica le menzionate deliberazioni” - Vidimato il 31/1/1895 al n. 48 dei Verbali.       

Santeramo Antica, ha ritrovato un’altra opera: «Studio» per “Lotta dei gladiatori durante una cena a Pompei”, olio su tela, 50 x 60, il cui definitivo, del 1880, 115 x 208, è al Museo Capodimonte di Napoli, di cui ne è proprietario.
Questo suo massimo capolavoro, lo inserisce, tra i più elevati interpreti, di quel periodo, cosiddetto ‘romano’, per la precisa trasposizione storica, la complessità delle scene, la realtà dei personaggi (‘come fotografati’), la coloristica bellezza, soprattutto dei pregiati tessuti nei muliebri vestiti, e poi, le espressioni  meravigliose dei figuranti, alcuni, nel dettaglio, veramente eccelsi… per esempio, in basso a destra, l’uomo bendato, a terra, e la donna, sul triclinio, sdraiata a lui di spalle, oppure, gli ‘affreschi’ sulle pareti dell’ampia variopinta sala, con gli effetti speciali, si direbbe oggi, il tromp-l’oeil, i quadri sui muri, nel quadro!… O le vivide macchie di sangue, del gladiatore ammazzato, portato via, da uno schiavo, mentre l’altro, sparge arena, vicino al coltello (il «gladio»), e l’energumeno vincitore, in piedi, tronfio, attorniato da splendide giovani donne… e tant’altro, da cui traspare, una somma maestria, in pratica, cioè, l’essere «artista»… solo per questa sua insigne prova, entra, nel novero dei più eccelsi pittori dell’Ottocento… e più il resto…
Quando entrammo in possesso, del contratto della Maddalena, commissionatagli per la Cattedrale di Altamura, si legge, lui proveniente da Napoli… tanto era l’alone di gloria, di cui splendeva intorno: non pensavano mai, fosse di Santeramo, in quei tempi…
Alcuni anni fa, segnalammo all’asta, da Sotheby’s a Milano, il suo “Riposo in Mietitura”, fortunatamente rilevato da un imprenditore del luogo, e di recente, un’altra piccola opera, pure tornata da noi…
Precisamente, quasi a metà settembre del ’97, approdammo a Grez-sur-Loing, “un villaggio di circa duecento abitanti… piena di motivi e spunti pittoreschi”, così scriveva al genitore nell’agosto del 1869…, dopo 127 anni… un viaggio ideato da Michele Girardi, organizzato dagli “Amici di Grez”, poi divenuti «Santeramo Antica», con i coniugi De Santis, Di Fonzo, la sig.a Tritto, Don Peppino Tangorra di felice memoria, e l’autista Pino Masi.
Quando lì videro il catalogo Sperken/Electa/Natuzzi, uscito l’anno prima (portato loro in dono, assieme al grande quadro di Girardi e una targa del Comune), restarono stupiti.
Tra i sommi capolavori di ogni tempo, ricordiamo gli olii “Lotta dei gladiatori durante una cena a Pompei” (1880), “Coro antico che esce dal tempio” (1877).
Tele di grande singolare bellezza psicologica e liricità, “La crisi” (1887), ”La siesta” (1884), “Odalisca”, “Ragazza assopita”.
Colori di genio, “Dopo la festa” (1864), “In corte d’Assise” (1882), o gli stupendi delicati acquerelli del “Bosforo-Therapia” assieme a quello dedicato al deputato Pugliese, fino al ciclo dei Mietitori fatto di tre dipinti stupendi Riposo in mietitura, Il pasto dei mietitori, La messe  forse suoi ultimi capolavori.
Il già citato nipote da parte di sorella, Giuseppe Protomastro nel libro “Ricordi” del 1894 così lo descrive: “Spesso lo si incontrava su di un asinello colla sua tenda arrotolata e il cavalletto chiuso, e la scatola dei pennelli e dei colori poggiati di traverso su l’arcione della sella, con la sediuola smontabile sotto braccio e in una bisaccia le piccole tele… con il suo largo cappello di paglia, con il costume di tela bianchiccia e con tutti quegli attrezzi così insoliti a vedersi in una piccola città agricola…”.  
Mentre su di un giornale il “Capitan Fracassa” del dicembre 1882, un critico napoletano tale Mario dice: “E’ un ometto dai baffi grigi, dalla fronte calva, dal viso un po’ tormentato… conversando con l’artista e guardando i quadri scoprite che c’è perfetta analogia”.
Questa una breve sintesi del meraviglioso operato di Francesco Netti, quartogenito di una agiata famiglia terriera che lo obbligò prima a completare gli studi universitari di Giurisprudenza, per poi fargli intraprendere la sua talentosa arte, vissuta scolasticamente un solo anno all’Istituto di Belle Arti in Napoli ove legò di sincera amicizia con Domenico Morelli lavorandoci pure assieme per un periodo, ma avendo già preso consigli tecnici da Giuseppe Bonolis, Tommaso De Vivo, e dal terlizzese Michele De Napoli.      
A seguire incontrerà Filippo Palizzi e suo fratello Giuseppe compagno d’arte in quel di Grez vicino Parigi e nel 1884 sullo yacht del ricco Principe di Siringano, i pittori Miola e Dalbono, in viaggio sul Bosforo a Therapia, Atene, Costantinopoli, Bucarest, Budapest, Vienna (città quest’ultima in cui nel 1902, il locale ‘collega’ Bartolomeo Paradiso fece nascere sua figlia Jolanda ed in qualità di maestro ritrattista svolse molto lavoro destinato a persone importanti. Dedicherà al Netti un meraviglioso carboncino…).
In una giornata afosa di agosto del 1894, la servitù annunciò alla famiglia la morte di Don Francesco. Era afflitto da problemi respiratori, si spense serenamente da uomo giusto come sempre visse.

fonte dati via e-mail a cura di Santeramo Antica

Da una lettera del 1862 alla madre: «…una carriera, l’ho abbracciata con tutto il cuore, con tutta l’anima, affrontandone le difficoltà, soffrendone i dolori, e aspettando pazientemente i frutti d’essa, e ciò non per amore del guadagno, ché l’amor del guadagno, non fa buoni artisti…» e dal suo «Per l’Arte Italiana» 1895, a pag.110: «…Quando esco dalle sale di qualche grande Esposizione io sono quasi sempre preso da un senso di tristezza, quando penso a tutto il lavoro che uscirà di lí moralmente e materialmente irremunerato…». Evidenziando il tenore finanziario del nostro sacrificato sublime artista, poiché mantenuto dal genitore, come si rileva dall’intero Epistolario, sino a tarda età…
Nei «Ricordi» scritti nel 1894dal nipote l’Avv. Giuseppe Protomastro, alle pagine 84-85 un quesito: «E le tele dipinte ad arazzi (nel vederne una ridotta a portiera della piccola stanza da pranzo), hanno prodotto buoni affari?». Responso: «È stata una delusione completa: eccetto un solo salotto, fatto al Principe di Sirignano, nessuna altra commissione… Quanto lavoro e strapazzo costò… e dire che ribassammo il lavoro a un prezzo molto commerciale, troppo vile, eppure…».
Anche questa in vero la reale vita dell’eccelso ottocentesco pittore nato a Santeramo nel 1832 e ivi deceduto alla non molto tarda età di 62 anni. Riprendiamo un suo pensiero rivolto al proprio originale territorio: «Sarebbe cosa molto lunga se volessi darvi un’idea dello stato morale di questi siti… Ciò che soprattutto vi farebbe impressione è la generale apatia… una passione, l’unica e sola (non contando i vizi), ed è la smania di far quattrini… Pensassero almeno a migliorare il paese… e debbo reagire contro il contatto involontario di esseri impossibili…», rimettendo pure sé medesimo in discussione: «Se arriverò non lo so. Forse sì, forse soccomberò. Vedo tante intraprese e tanti uomini cadere ogni giorno intorno a me, che la cosa non solo è possibile, ma probabile. Ma almeno avrò fatto il mio dovere. Ogni uomo dovrebbe far lo stesso».
Quest’ultimo meraviglioso dire, pensarono bene riportarlo sull’epigrafe lapidea, apposta sulla natìa casa, dall’amministrazione comunale, in occasione del centenario della morte, ‘celebrato’ nel 1994, solo cosí e qualche banale cartolina e francobollo… Però due anni dopo, grazie al finanziamento di sessanta milioni, del Dott. Pasquale Natuzzi presidente delle omonime industrie di salotti, per la Electa di Napoli fu realizzato un bel volume grande formato (26 x 29) con sovraccoperta, interamente a colori, anche tradotto in inglese (da Gabriella Granata e Philip Sands, ma l’originario spirito vibrante dell’Epistolario, nella trasposizione, purtroppo è andato perso…), sebbene per niente distribuito e con poche novità rispetto al passato, a firma della teutonica Christine Sperken, o sarebbe meglio dire, dei disponibili collezionisti…: un esempio, la “Maddalena” in Cattedrale di Altamura, un’opera così importante, non doveva essere esclusa, andare a riprenderla costava forse troppa fatica, oppure la ‘commissione’ della stessa, lavoro che abbiamo svolto invece noi, non ricercatori dietro la scrivania… idem la lettera del Cifarelli, che potrete leggere più avanti… e la foto del palazzo di Famiglia, a pag. 65, non è manco quella aggiornata con l’ultimo marmo commemorativo!
Superflui riempitivi: una decina di pagine, sull’eruzione del Vesuvio a Napoli, dai tempi di Pompei/Ercolano a fine 1800, per ricollegare una discreta tela del Nostro, “Processione di penitenza durante l’eruzione…”, andata però ad istoriare un quasi simile episodio, nel libro “Sorella Chiara” e intrusioni gratuite di altri autori (Palizzi, Sciuti, Morelli, Gêrome, Fortuny, Tofano), cui bastava semplicemente citare, senza la pubblicazione di loro quadri?! Come per alcuni propri lavori minori, del tipo “Studio di Paesaggio-Solfatare”, o vari muliebri ritratti, tutti poco riusciti e quindi da non aver dovuto mostrare.
Quadriennio ’54/’60, Sindaco Giuseppe Simone (da non confondersi con l’omonimo munifico medico benefattore: ricoprì lo stesso incarico di ‘facente funzione’ periodo 1906-1908, lasciando l’intero suo patrimonio alla comunità, e con parte del molto denaro, fu sua volontà testamentaria, di istituire in alcuni locali del suo palazzo, in via Annunziata, una scuola di bel canto, purtroppo, anche in questo caso, disattesa… e solo per i suoi lasciti cumulati a quelli di Vito Calabrese, si potè dare avviò alla costruzione della Casa di Riposo agli inizi degli anni ’70; l’altro, successivamente, fece carriera politica, alla Provincia…): cinquantenario della scomparsa di Francesco Netti, sulla parte sinistra dell’abitazione, si affisse: “Anima radiosa di letterato/d’insigne critico d’arte/di grande pittore/nella scia luminosa dei pittori dell’800/creò celebrate opere/che/dentro e oltre i confini d’Italia/esaltandone il genio/rendono onore /al nobile casato al natio suo colle/alla patria/i concittadini”: sull’altra, invece, firmato l’”Amministrazione Comunale”… e il paese?
Il grande scultore molfettese Filippo Cifariello, suo sincero compagno d’arte, da Roma, il 6 gennaio del 1895, così scrisse ai governanti di allora: “Illustri Sindaco e Componenti del Consiglio di Santeramo - Nel dirigere loro la presente lettera, compio un sacro dovere verso chi fu mio amico, gioia italiana e loro concittadino. La morte di Francesco Netti, non può non avervi commossi, perciò sono sicuro che i Santermani, non rimarranno obliata la memoria del caro ed illustre estinto.   Il De Nittis fu dimenticato da Barletta, lo stesso fece Terlizzi per De Napoli. Santeramo io spero darà alla provincia un buon esempio, erigendo almeno un busto col quale Francesco Netti potrà essere ricordato dai posteri. A rendere facile tale contributo di omaggio, io metto a loro disposizione, senza esigere compenso, la mia opera, in tal modo più facile sarà per loro tradurre in fatto la mia idea. Il busto avrebbe la grandezza del vero e sarebbe in bronzo, la somma occorrente per le sole spese vive sarebbe di lire 600,00 e ciò che manca per commemorare degnamente l’anniversario di una tanto dolorosa perdita. Io spero che lor Signori voteranno tale somma con tanto entusiasmo quanto io ne ho messo donando la mia opera. Con perfetta stima, mi credano devotissimo: Filippo Cifariello scultore”.
Risposta: “Il Sig. Presidente accenna con sentite parole sugli eminenti meriti dell’illustre Cav. Francesco Netti, pittore di gran fama e dotto critico d’arte… Il Consiglio unanimemente, per alzata e seduta, astenuti i membri della Giunta, conferma e ratifica le menzionate deliberazioni” - Vidimato il 31/1/1895 al n. 48 dei Verbali.       

Santeramo Antica, ha ritrovato un’altra opera: «Studio» per “Lotta dei gladiatori durante una cena a Pompei”, olio su tela, 50 x 60, il cui definitivo, del 1880, 115 x 208, è al Museo Capodimonte di Napoli, di cui ne è proprietario.
Questo suo massimo capolavoro, lo inserisce, tra i più elevati interpreti, di quel periodo, cosiddetto ‘romano’, per la precisa trasposizione storica, la complessità delle scene, la realtà dei personaggi (‘come fotografati’), la coloristica bellezza, soprattutto dei pregiati tessuti nei muliebri vestiti, e poi, le espressioni  meravigliose dei figuranti, alcuni, nel dettaglio, veramente eccelsi… per esempio, in basso a destra, l’uomo bendato, a terra, e la donna, sul triclinio, sdraiata a lui di spalle, oppure, gli ‘affreschi’ sulle pareti dell’ampia variopinta sala, con gli effetti speciali, si direbbe oggi, il tromp-l’oeil, i quadri sui muri, nel quadro!… O le vivide macchie di sangue, del gladiatore ammazzato, portato via, da uno schiavo, mentre l’altro, sparge arena, vicino al coltello (il «gladio»), e l’energumeno vincitore, in piedi, tronfio, attorniato da splendide giovani donne… e tant’altro, da cui traspare, una somma maestria, in pratica, cioè, l’essere «artista»… solo per questa sua insigne prova, entra, nel novero dei più eccelsi pittori dell’Ottocento… e più il resto…
Quando entrammo in possesso, del contratto della Maddalena, commissionatagli per la Cattedrale di Altamura, si legge, lui proveniente da Napoli… tanto era l’alone di gloria, di cui splendeva intorno: non pensavano mai, fosse di Santeramo, in quei tempi…
Alcuni anni fa, segnalammo all’asta, da Sotheby’s a Milano, il suo “Riposo in Mietitura”, fortunatamente rilevato da un imprenditore del luogo, e di recente, un’altra piccola opera, pure tornata da noi…
Precisamente, quasi a metà settembre del ’97, approdammo a Grez-sur-Loing, “un villaggio di circa duecento abitanti… piena di motivi e spunti pittoreschi”, così scriveva al genitore nell’agosto del 1869…, dopo 127 anni… un viaggio ideato da Michele Girardi, organizzato dagli “Amici di Grez”, poi divenuti «Santeramo Antica», con i coniugi De Santis, Di Fonzo, la sig.a Tritto, Don Peppino Tangorra di felice memoria, e l’autista Pino Masi.
Quando lì videro il catalogo Sperken/Electa/Natuzzi, uscito l’anno prima (portato loro in dono, assieme al grande quadro di Girardi e una targa del Comune), restarono stupiti.
Tra i sommi capolavori di ogni tempo, ricordiamo gli olii “Lotta dei gladiatori durante una cena a Pompei” (1880), “Coro antico che esce dal tempio” (1877).
Tele di grande singolare bellezza psicologica e liricità, “La crisi” (1887), ”La siesta” (1884), “Odalisca”, “Ragazza assopita”.
Colori di genio, “Dopo la festa” (1864), “In corte d’Assise” (1882), o gli stupendi delicati acquerelli del “Bosforo-Therapia” assieme a quello dedicato al deputato Pugliese, fino al ciclo dei Mietitori fatto di tre dipinti stupendi Riposo in mietitura, Il pasto dei mietitori, La messe  forse suoi ultimi capolavori.
Il già citato nipote da parte di sorella, Giuseppe Protomastro nel libro “Ricordi” del 1894 così lo descrive: “Spesso lo si incontrava su di un asinello colla sua tenda arrotolata e il cavalletto chiuso, e la scatola dei pennelli e dei colori poggiati di traverso su l’arcione della sella, con la sediuola smontabile sotto braccio e in una bisaccia le piccole tele… con il suo largo cappello di paglia, con il costume di tela bianchiccia e con tutti quegli attrezzi così insoliti a vedersi in una piccola città agricola…”.  
Mentre su di un giornale il “Capitan Fracassa” del dicembre 1882, un critico napoletano tale Mario dice: “E’ un ometto dai baffi grigi, dalla fronte calva, dal viso un po’ tormentato… conversando con l’artista e guardando i quadri scoprite che c’è perfetta analogia”.
Questa una breve sintesi del meraviglioso operato di Francesco Netti, quartogenito di una agiata famiglia terriera che lo obbligò prima a completare gli studi universitari di Giurisprudenza, per poi fargli intraprendere la sua talentosa arte, vissuta scolasticamente un solo anno all’Istituto di Belle Arti in Napoli ove legò di sincera amicizia con Domenico Morelli lavorandoci pure assieme per un periodo, ma avendo già preso consigli tecnici da Giuseppe Bonolis, Tommaso De Vivo, e dal terlizzese Michele De Napoli.      
A seguire incontrerà Filippo Palizzi e suo fratello Giuseppe compagno d’arte in quel di Grez vicino Parigi e nel 1884 sullo yacht del ricco Principe di Siringano, i pittori Miola e Dalbono, in viaggio sul Bosforo a Therapia, Atene, Costantinopoli, Bucarest, Budapest, Vienna (città quest’ultima in cui nel 1902, il locale ‘collega’ Bartolomeo Paradiso fece nascere sua figlia Jolanda ed in qualità di maestro ritrattista svolse molto lavoro destinato a persone importanti. Dedicherà al Netti un meraviglioso carboncino…).
In una giornata afosa di agosto del 1894, la servitù annunciò alla famiglia la morte di Don Francesco. Era afflitto da problemi respiratori, si spense serenamente da uomo giusto come sempre visse.

(A cura di Santeramo Antica)

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