Laricchia Giovanni

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 Giovanni Laricchia

Giovanni Laricchia (1866 – 1941)

Artista della pietra, mastro scalpellino, arguto poeta, donava alle parole come alla pietra fisica plasticità…  La sua famiglia viveva raccattando cenci, e per questa misera condizione si trasferì in Bari. Giovanni Laricchia nacque a Santeramo il 2 giugno del 1866. Trascorse parte dell’età adolescenziale facendo il ragazzo di bottega presso un marmorario, con una talentosa propensione verso il disegno.
Quasi a trentanni iniziò a lavorare nel capoluogo pugliese, alternandosi nel corso di un quindicennio tra fatica e propaganda socialista, abbandonando però quest’ultima poiché di ostacolo alla sua professione.  
I primi impegni nel Cimitero Monumentale di Bari (“per bontà di un signore amico, costruii una tomba da solo”), tra cui la famosa Cappella dei Buonvino intrisa di variegata poesia decorativa fatta di animali mitologici e naturali, colonne, capitelli, bassorilievi, magistralmente armonizzati a tant’altro, per farne una grande e stupenda “opera d’arte”…
In città, partecipò alla realizzazione di numerose statue nel foyer del Teatro Petruzzelli, contribuendo pure ai lavori del Palazzo dell’Acquedotto Pugliese e ai restauri degli affreschi in Santa Scolastica.
Commissioni all’estero, Austria, Montenegro: nel museo di Spalato son esposti molti suoi splendidi manufatti, e poi nel suo territorio (Santeramo assieme al fratello Vincenzo, Putignano, Alberobello, Castellana Grotte con l’altro fratello Francesco).
A Santeramo di sicura sua mano, un magnifico portale fine ’800 ornato in stile barocco, per il negozio dello speziale Angelo Pace, in Via Ladislao.
Morì il 9 febbraio del 1941.
Sul prospetto della natìa abitazione in Via Angelo Terlizzi n 9, un’epigrafe commemorativa lì riposta ad 88 anni dalla dipartita così recita:

A GIOVANNI LARICCHIA che dalla povertà dei natali avuti in quest’umile casa, per l’umanistico gusto innato del sentir l’arte e la poesia nelle sculte sue opere a cesello in eterna giovinezza trasfuse, rivelò la vera ricchezza della sua grand’anima di poeta filosofo artista.

I concittadini.


Molto tempo prima, in un suo componimento poetico dialettale autobiografico aveva scritto quasi a ringraziamento anticipato: “…Ma je, nan me so scurdete de Santerme a do sonn nete… ji ve tegne inde o core stritte stritte, tutte quante”.

I concittadini 02-06-1954

Fonte dati via e-mail: Ass. Santeramo Antica

 

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